36) More. Sulla guerra.
La guerra  giudicata negativamente. Viene accettata solo quella
per giusta causa. Gli Alaopoliti sono i cittadini ciechi; i
Nefelogeti sono gli abitatori delle nuvole.
Th. More, Utopia, secondo, La guerra.

Il bellum, la guerra, come cosa veramente belluina - sebbene
nessuna specie di belve la pratichi cos di frequente come l'uomo
-  profondamente detestata in Utopia, dove, contro l'uso di tutti
i popoli, nulla si reputa cos inglorioso quanto la gloria
acquistata con le guerre. Perci, per quanto si addestrino di
continuo in esercizi militari, e non gli uomini solo, ma anche, in
giorni stabiliti, le donne, per non trovarsi, al bisogno,
disadatti alla guerra, non intraprendono questa da sconsiderati,
ma o per difendere il proprio territorio, o per ricacciare nemici
che abbiano invaso le terre di amici, o per piet di un popolo
oppresso da tirannide, allo scopo di liberarlo con le proprie
forze (e lo fanno per filantropia) dall'oppressione e dalla
schiavit. Vero  che donano il loro aiuto ad amici, non sempre
acciocch questi si possano difendere, ma talora anche per rendere
le offese patite e vendicarle. Ci poi fanno solamente nel caso
che siano stati consultati essi, allorch la cosa  impregiudicata
e, trovandosi giusto il motivo, chiesto e non ottenuto
risarcimento, bisogna punire invadendoli i responsabili della
violenza. E non si decidono a ci solo ogni volta che i nemici fan
preda a mezzo di scorrerie, ma molto pi ostilmente quando i loro
commercianti, dove che sia, o per colpa di leggi ingiuste o per
cavillosa distorsione di leggi buone, son vittima, sotto color di
giustizia, di ingiusti raggiri. N fu altra la causa della guerra
che, poco prima del nostro tempo, combatterono gli Utopiani a
favore dei Nefelogeti contro gli Alaopoliti, se non l'offesa
arrecata, pretestando un loro diritto (come a loro pareva), presso
gli Alaopoliti a mercanti dei Nefelogeti. Certo, o diritto o
violazione di diritto, fu punita con una guerra s terribile che,
aggiungendosi alle forze e agli odii particolari di ognuna delle
parti anche l'adesione e i mezzi delle nazioni circonvicine, ne
rimasero indeboliti popoli fiorentissimi, o fortemente prostrati,
sinch al pullulare di sempre nuovi mali pose alfine termine
l'asservimento degli Alaopoliti e la loro resa ai Nefelogeti (ch
non per s lottavano gli Utopiani), popolo che, quando gli
Alaopoliti fiorivano, non era certo da paragonarsi con loro. Gli
Utopiani puniscono i torti, anche finanziari, fatti ai loro amici,
pi aspramente che non i propri; cos, se per inganno perdono dei
beni, sempre che non si abbiano subto violenza n offese nei
corpi, spingon gli sdegni solo fino a rompere i rapporti con quel
popolo, finch non dia soddisfazione. Non gi che curino i
cittadini meno degli alleati, ma sopportano pi facilmente di
perdere il danaro proprio che quello di costoro, per la buona
ragione che i commercianti loro amici, rimettendoci del proprio,
sentono grave la ferita del danno, i propri concittadini invece
non perdono se non del tesoro dello Stato e di quanto inoltre era
in abbondanza e di soverchio in patria, se no, non sarebbero stati
costretti a esportarlo. Da ci avviene che la perdita passa
inosservata dai singoli e sarebbe perci troppa crudelt, a parer
loro, vendicare tal danno con la morte di molti, mentre nessuno da
esso ha da temere disturbo nella vita o nel tenor di vita. Del
resto se uno di essi, dove che sia, vien reso inabile o ucciso per
offesa altrui, sia che ci avvenga per opera di privati o di uno
Stato, assodata la cosa per mezzo di ambasciatori, non accettano
altra soddisfazione che la consegna dei colpevoli, se non,
intimano guerra immediatamente. Se son loro consegnati, li
puniscono di morte o di schiavit.
[...].
Una volta fatta tregua, la osservano con scrupolo, s da non
violarla nemmeno assaliti. Le terre di nemici non le devastano, n
bruciano le messi, anzi cercano quanto  possibile di non rovinar
queste calpestandole con uomini e cavalli, pensando che
cresceranno per loro vantaggio. Non fanno male a nessuno che sia
senz'armi, se non  una spia, e proteggono le citt arresesi, come
nemmeno quelle espugnate distruggono, ma fanno morire chi si
opponeva alla resa, mettendo in schiavit gli altri difensori,
senza toccare tutta la folla di chi non combatte. Se trovano che
qualcuno si  adoprato a persuadere la resa, gli assegnano parte
dei beni dei condannati; il resto, venduto all'asta, vien dato
agli ausiliari, ch per s nessuno prende nulla dalla preda. E del
resto, al termine della guerra, accollano le spese non agli amici
per cui le han fatte, ma ai vinti, e sotto questo titolo si fanno
avere in parte danaro, che mettono in serbo per tali bisogni di
guerra, in parte poderi, da tenersi per sempre in quel paese, di
non piccola rendita. Entrate di tal fatta posseggono ora presso
molti popoli, le quali, sorte a poco a poco, per vari motivi,
ammontano a pi che 700.000 ducati, e vi mandano col nome di
questori alcuni cittadini a viverci splendidamente, facendovi la
parte di magnati: molti per ne resta da metter nell'erario, a
meno che non preferiscano prestarlo a quello stesso popolo, e
spesso glielo lasciano finch  necessario;  raro il caso che
richiedano tutto il danaro. Di tali poderi assegnano parte a
quelli che, per loro esortazione, affrontano imprese rischiose,
quali son quelle che ho mostrato sopra. Se qualche principe prende
le armi contro di loro, preparandosi ad invadere la loro
giurisdizione, immediatamente gli si fanno incontro con grandi
forze fuori del paese: non fanno infatti la guerra nelle proprie
terre senza buon motivo, n si danno necessit s gravi da
costringerli a far entrare nella loro isola milizie altrui in
aiuto.
T. Moro, Utopia, Laterza, Bari, 1982, pagine 105-107 e 114-115.

G. Zappitello, Antologia filosofica, Quaderno secondo/1. Capitolo
Uno.
37) More. La religione degli utopiani.
More descrive gli utopiani come un popolo inserito in un percorso
filosofico-religioso che va dal deismo al cristianesimo. Il tutto
all'interno di una grande tolleranza per le diverse scelte
religiose e nel rispetto reciproco.
Th. More, Utopia, secondo, Religioni degli utopiani (pagine 23-
24).

Varie sono le religioni non soltanto attraverso l'isola, ma anche
per le singole citt, ch alcuni venerano come dio il sole, altri
la luna, altri un'altra delle stelle erranti. C' chi riverisce
non come dio soltanto, ma anche come sommo dio, qualche uomo, la
cui virt o gloria risplendette una volta. Ma una parte, che  la
maggiore di gran lunga e insieme molto pi saggia, nulla di questo
ammette, ma che vi sia una divinit non conoscibile, eterna,
immensa, inspiegabile, che supera la capacit dell'intelligenza
umana, diffusa in tutto questo universo pel suo influsso, non gi
corporalmente:  questa che chiamano padre. A lui attribuiscono
l'origine, la crescita, i progressi, le vicende, come le vediamo,
e la fine di tutte le cose, e non pongono ad altri onori divini.
Anzi, tutti gli altri, sebbene abbiano credenze diverse, pure son
d'accordo con costoro a credere nell'esistenza di un unico essere
supremo, cui siamo debitori della creazione dell'universo e della
provvidenza, e tutti nella loro lingua  patria lo chiamano in
comune Mitra. Il disaccordo sta in ci, che chi lo dice una cosa e
chi un'altra; ognuno per ammette, checch sia per lui l'essere
supremo, che  la stessa natura senz'altro, al cui solo potere e
alla cui maest viene attribuito, per consenso universale dei
popoli tutti, l'insieme di tutte le cose. Del resto, a poco a
poco, tutti si staccano da quella variet di superstizioni, per
fondersi in quell'unica religione che pare superi le altre in
ragione, e non c' dubbio che gi da tempo le altre sarebbero
sparite se, ad ogni disgrazia toccata per caso a uno allorch si
propone di cambiar fede, il timore religioso non l'avesse spiegata
come un intervento del cielo, non un avvenimento casuale, come se
cio la divinit, il cui culto si voleva abbandonare, punisse
quella decisione come un'empiet contro di essa.
Ma quando appresero da noi il nome di Cristo, la sua dottrina, i
costumi, i miracoli e la costanza non meno mirabile di tanti
martiri, il cui sangue, sparso spontaneamente, attrasse alla
propria fede popoli cos numerosi per lungo e per largo, non si
pu credere con quanta inclinazione, con quanta affezione
anch'essi vi aderirono, sia che a ci li ispirasse pi intimamente
Dio, sia che paresse il Cristianesimo molto vicino alle dottrine
prevalenti presso di loro; per quanto io direi che a ci fu di non
lieve spinta l'aver appreso che Cristo approv la vita in comune
dei suoi e che questa ancor si pratica presso associazioni
schiettissime di cristiani. E' certo, qual che si sia stato il
movente, che non pochi entrarono nella nostra religione e furono
purificati dalle sacre acque. Ma poich fra noi quattro (ch tanti
solamente eravamo rimasti, essendo due usciti di vita) nessuno,
per disgrazia, era sacerdote, gli Utopiani, pur iniziati al resto,
non hanno ancora ricevuti i sacramenti, che presso di noi i
sacerdoti soltanto amministrano. Si rendono ben conto della cosa e
nulla vorrebbero pi vivamente; anzi anche di questo discutono a
tutta possa tra di loro, se cio senza licenza del pontefice dei
cristiani possa ottenere carattere sacerdotale chi da essi fosse
scelto fra i loro. E stavano per delegare uno a questo ufficio,
ma, allorquando io me ne partii, non l'avevano ancora scelto.
Perfino coloro che non accettano il cristianesimo, non ne
distolgono alcuno, non combattono chi vi si inizia; senonch uno
solo tra i nostri seguaci fu in mia presenza punito. Costui, da
poco ricevuto il battesimo, malgrado che cercassimo di
dissuaderlo, parlava in pubblico sull'adorazione di Cristo con pi
zelo che prudenza, e cos prese a scaldarsi sino a vantare il
nostro culto su tutti gli altri non solo, ma a condannarli tutti
uno dopo l'altro, schiamazzando che non sono che empiet e chi li
pratica  uno scellerato e un sacrilego, da dannare al fuoco
eterno. Dunque, mentre da un pezzo si dava a tali manifestazioni,
lo arrestano e menano via, accusandolo non gi di disprezzo per la
loro religione, ma di eccitamento a sedizione, e per condanna lo
mandano in esilio, visto che fra le pi antiche disposizioni di
Utopia si trova che a nessuno sia di pregiudizio la propria
religione.
Utopo infatti, sin dal bel principio, avendo sentito dire che,
prima della sua venuta, continuamente gli abitanti erano stati in
lotta per motivi religiosi, e compreso che un tal fatto, che cio
ogni partito combatteva per la patria, ma tutti in generale erano
in disaccordo, gli aveva fornito l'occasione di vincerli tutti,
una volta conseguita la vittoria, sanc anzitutto che ognuno
potesse seguire la religione che pi gli piacesse.
T. Moro, Utopia, Laterza, Bari, 1982, pagine 115-117.
